I RIFIUTI NELLA STORIA — Puntata 3 Mille anni di rifiuti nell’Impero Romano

Ritiro rifiuti e riciclo in un'antica città romana, focus sull'economia circolare.

Dalla Cloaca Maxima alla tassa di Vespasiano, fino al Monte Testaccio


Nel VI secolo a.C., sotto i re etruschi, Roma fece qualcosa che nessuna città al mondo aveva ancora fatto su quella scala: costruì una fogna. La Cloaca Maxima non nacque per igiene pubblica in senso moderno, ma per bonificare le paludi tra i colli e rendere edificabile il futuro Foro.

Eppure, di fatto, i romani avevano appena inventato l’infrastruttura dello scarto: un sistema che raccoglieva, incanalava e allontanava ciò che la città produceva, invece di lasciarlo accumulare tra le case.

Da lì in avanti, per secoli, Roma trattò il rifiuto come una questione di ordine pubblico e di ingegneria, non solo di decoro. Le Dodici Tavole già nel V secolo a.C. vietavano la sepoltura o la cremazione entro le mura cittadine. Più tardi, la Lex Julia Municipalis di Cesare, del 45 a.C. circa, disciplinò espressamente la manutenzione delle strade di Roma e — secondo diverse fonti — impose che rifiuti ed escrementi fossero rimossi dai centri urbani entro certe ore del giorno, come parte delle politiche che accompagnarono lo sviluppo dell’approvvigionamento idrico della città. Roma, insomma, non subiva i propri rifiuti: li amministrava.

La tassa di Vespasiano: quando l’urina diventa risorsa


Il caso più celebre — e più frainteso — è quello della vectigal urinae, la tassa sull’urina voluta dall’imperatore Vespasiano nel I secolo d.C., un episodio che ci è arrivato attraverso le Vite dei Cesari di Svetonio. Non tassava il gesto di urinare, come vuole la leggenda popolare, ma il commercio dell’urina raccolta dalle foricae (le latrine pubbliche) e dai grandi orci posti agli angoli delle strade. Quel liquido, ricco di ammoniaca, era una materia prima preziosissima per concerie e lavanderie (i fullones), che la usavano per sgrassare tessuti e trattare le pelli.

Quando il figlio Tito storse il naso di fronte a quel guadagno “sporco”, Vespasiano gli mise sotto il naso una moneta appena incassata e pronunciò la frase che è arrivata fino a noi: pecunia non olet, il denaro non ha odore. Duemila anni prima che qualcuno coniasse l’espressione “economia circolare”, Roma la stava già praticando — per necessità, non per ideologia.

Operatori ecologici ante litteram: chi raccoglieva cosa


Roma aveva anche una filiera di mestieri specializzati nella raccolta , sorprendentemente vicina, per logica economica, a quella di un moderno gestore ambientale.

I più documentati erano gli stercorarii: appaltatori privati che svuotavano pozzi neri e latrine private dietro compenso, e che rivendevano il materiale raccolto agli agricoltori come fertilizzante — Columella lo raccomandava in particolare per i terreni sabbiosi. La loro attività era così importante da essere esentata dai divieti di circolazione dei carri nelle ore diurne all’interno di Roma, e il Digesto di Giustiniano conteneva norme che regolavano il diritto dei proprietari a far svuotare i propri pozzi neri e la responsabilità degli appaltatori in caso di inadempienza o danni. Un secondo profilo, i redemptores, operava invece come appaltatore per la pulizia delle strade dai rifiuti solidi, su incarico pubblico.

Accanto a questi ruoli “istituzionalizzati”, esisteva un’economia informale di recupero materiali che oggi chiameremmo raccolta differenziata. Raccoglitori ambulanti, spesso di estrazione sociale bassissima, giravano per le strade a raccogliere vetro rotto e scarti metallici da rivendere a vetrerie e fonderie: i metalli venivano raramente scartati intatti, e utensili rotti, armi danneggiate e oggetti domestici usurati venivano regolarmente raccolti e fusi per essere riutilizzati, comprese le statue bronzee, rifuse in nuove statue, monete o oggetti d’uso. Anche il vetro rotto veniva spesso raccolto e rifuso, tanto che le officine vetrarie integravano regolarmente rottami di vetro alle materie prime — un dettaglio confermato anche da scavi archeologici che mostrano quanto raramente vetro e metallo comparissero come scarto nelle abitazioni romane. Questo circuito di recupero non era coordinato dallo Stato: era un mercato spontaneo, mosso da incentivi economici puri, in cui “il rifiuto di uno” diventava reddito per un altro.

Monte Testaccio: la prima discarica industriale d’Europa


Se Roma avesse un monumento involontario alla propria produzione di rifiuti, sarebbe il Monte Testaccio. Alto oggi circa 35 metri, per un perimetro di quasi un chilometro, non è una collina naturale: è interamente composto da testae, i cocci delle anfore in terracotta usate per trasportare olio, vino e garum fino al vicino Emporium, il grande porto fluviale della città. Le anfore da olio, in particolare quelle della distribuzione statale, venivano deliberatamente spaccate — anche per prevenire riutilizzi fraudolenti ai fini fiscali — e i frammenti venivano poi impilati con criterio, cosparsi di calce per neutralizzare gli odori.

Si stima che il Monte Testaccio contenga i resti di decine di milioni di anfore. È, a tutti gli effetti, la più grande discarica pianificata dell’antichità che conosciamo: un impianto di smaltimento specializzato per un’unica filiera, gestito con criteri di stoccaggio precisi — non uno scarico casuale, ma il riflesso di una regolamentazione amministrativa.

La regola persa


Un impero capace di infrastrutture fognarie continentali, di tassare il valore residuo dell’urina, di far ruotare mercati informali di recupero di vetro e metallo e di pianificare discariche specializzate come il Testaccio, aveva costruito — empiricamente, senza teoria — un sistema di regolamentazione dello scarto. Con la caduta dell’Impero d’Occidente, quel sistema non si trasformò: sparì. Le città medievali europee, per secoli, tornarono a rovesciare le immondizie in strada, perdendo competenze igieniche e amministrative che Roma aveva già maturato.

Non fu il progresso tecnico a mancare nel Medioevo: mancò la continuità istituzionale che permette a una regola di sopravvivere al collasso di chi l’aveva scritta. È forse la lezione più utile che il Monte Testaccio ci lascia oggi: un sistema di gestione dei rifiuti non è mai solo infrastruttura. È governance che va difesa, tramandata, aggiornata — o si perde, insieme a tutto ciò che vi si era costruito sopra.

Prossima puntata: l’Antico Egitto e i suoi rifiuti sacri.

Fonti

  • Svetonio, Vite dei Cesari — Vita di Vespasiano (fonte antica sulla tassa sull’urina)
  • Digesto di Giustiniano — norme su pozzi neri e responsabilità degli stercorarii
  • Lex Julia Municipalis (Tabula Heracleensis, ca. 45 a.C.)
  • Columella, De Re Rustica; Varrone, De Re Rustica (uso agricolo degli escrementi)
  • Plinio il Vecchio, Naturalis Historia (riciclo del rame/bronzo nelle fonderie romane)
  • “Who Cleaned Roman Rome: The Social Economy of Waste”, ancientrome.org
  • “Recycling and Reuse in Ancient Rome”, UNRV Roman History (unrv.com)
  • “Sanitation in ancient Rome”, Grokipedia
  • “The economy of ordure” (academia.edu)
  • Wikipedia, “History of waste management” e “Lex Julia Municipalis”

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