Antico e nuovo Egitto: dai rifiuti sacri delle tombe faraoniche agli Zabbaleen del Cairo
Se Roma ha regolamentato lo scarto per governare una capitale da un milione di abitanti, l’Egitto faraonico ha fatto qualcosa di diverso: ha trattato il rifiuto secondo due logiche parallele e apparentemente incompatibili — l’abbandono più totale per la vita quotidiana, e una cura quasi ossessiva quando lo scarto toccava il sacro.
La vita quotidiana: il Nilo come discarica

Lungo tutta la valle del Nilo, dal Regno Antico in poi, la gestione dei rifiuti domestici era responsabilità del singolo nucleo familiare, e la soluzione più comune era semplice: i canali di irrigazione collegati al fiume fungevano da discarica comunitaria. Gli scavi condotti a El-Amarna, capitale del Nuovo Regno fondata da Akhenaton intorno al 1350 a.C., mostrano un modello a due livelli — rifiuti “primari” abbandonati vicino alle abitazioni e discariche “secondarie” in aree comuni designate, senza però un vero sistema di raccolta organizzata. Gli scarti organici venivano spesso lasciati decomporre all’aperto, un compito che finiva per essere svolto anche da cani, gatti, maiali e uccelli spazzini che popolavano la valle del Nilo. Nei centri urbani maggiori come Tebe esistevano comunque elementi di pianificazione igienica più evoluti — canali di scolo nei templi e nelle residenze delle élite — ma restavano privilegio di pochi.
Il villaggio che buttava via la storia: Deir el-Medina

Il caso più affascinante di “rifiuto ordinario” egiziano è paradossalmente il più prezioso per gli storici. A Deir el-Medina, il villaggio che ospitava gli artigiani specializzati incaricati di scavare e decorare le tombe reali della Valle dei Re, gli abitanti avevano iniziato a scavare un pozzo per l’acqua, mai completato. Quel buco finì per diventare, in epoca tolemaica, la discarica del villaggio. Dentro vi furono gettati migliaia di ostraca — cocci di ceramica e schegge di calcare usati come blocchi per appunti — insieme a strumenti, arredi e oggetti religiosi ormai inutili. Paradossalmente, è proprio da questo cumulo di scarti che gli archeologi guidati da Bernard Bruyère (1922-1951) hanno ricostruito nel dettaglio la vita quotidiana, i salari, gli scioperi e persino i pettegolezzi di una comunità operaia vissuta oltre tremila anni fa: il primo sciopero della storia documentato, sotto Ramesse III, per un ritardo nella consegna delle razioni.
I rifiuti sacri: quando lo scarto non poteva essere gettato via

È nell’ambito funerario che l’Egitto rivela il suo rapporto più originale con lo scarto. Il processo di mummificazione produceva grandi quantità di materiale “sporco”: il natron (il sale minerale usato per disidratare il corpo per circa 40-70 giorni), bende di lino intrise di resina, stracci, e persino i resti del banchetto funebre celebrato alla sepoltura. Questo materiale, per gli antichi egizi, non era un rifiuto qualunque: avendo avuto contatto diretto con il corpo del defunto, si riteneva contenesse una parte della sua identità, e per questo non veniva mai gettato via, ma raccolto in giare o casse e sepolto vicino alla tomba stessa.
L’esempio più noto è la cosiddetta “cache di imbalsamazione” KV54 nella Valle dei Re, scoperta nel 1907 e a lungo scambiata per la vera tomba di Tutankhamon: conteneva una dozzina di giare sigillate piene di natron, lino sporco, resti floreali, ossa animali e frammenti del banchetto funebre del giovane faraone. Casi simili — KV63, KV36, KV46 — confermano che questa pratica di seppellire lo “scarto sacro” separatamente, ma vicino al defunto, era una prassi consolidata: un rifiuto religiosamente troppo carico di significato per essere trattato come immondizia comune.
Il nuovo Egitto: gli Zabbaleen del Cairo

Il filo che lega l’Egitto antico a quello contemporaneo è, curiosamente, ancora la gestione informale dello scarto. Dagli anni ’40 del Novecento, migranti copti provenienti dalla provincia di Assiut si stabilirono al Cairo affiancando i Waahis, comunità già dedita alla raccolta della carta usata da rivendere come combustibile. Nacquero così gli Zabbaleen — “la gente della spazzatura” — che oggi formano una comunità di decine di migliaia di persone concentrata soprattutto nel quartiere di Mokattam, nota anche come “Garbage City”.
Il loro sistema, del tutto informale e mai finanziato dallo Stato, raggiunge tassi di riciclo intorno all’80% del materiale raccolto, selezionato interamente a mano — una percentuale nettamente superiore a quella delle grandi città occidentali. Quando nel 2003 il governo egiziano tentò di sostituire gli Zabbaleen con multinazionali europee del settore, il risultato fu opposto alle attese: le aziende internazionali, vincolate a obiettivi minimi di riciclo, arrivarono a recuperare solo circa il 20% dei rifiuti raccolti, il resto in discarica. Gli Zabbaleen restano, ancora oggi, insostituiti.
Due Egitti, una sola lezione
Tra il villaggio-discarica di Deir el-Medina e Garbage City corrono più di tremila anni, ma la logica di fondo non è cambiata: dove manca un sistema centralizzato, è il valore stesso del materiale — economico, o addirittura sacro — a determinare se e come viene trattato. L’Egitto non ha mai avuto una Cloaca Maxima. Ma ha avuto, per millenni, comunità capaci di trasformare lo scarto in informazione, in identità, o semplicemente in reddito.
Prossima puntata: gli Ottomani e la gestione dei rifiuti a Istanbul.
Fonti
•“Waste management in Egypt”, Wikipedia / Grokipedia•“Sanitation” — Ancient Egypt daily life (ethanholman.com, weebly.com)•“Rain, Rain, Go Away: Dealing with Wastewater and Rain in Ancient Egypt”, The Ancient Near East Today (Heidi Köpp-Junk)•“The village of Deir el-Medina”, Inside-Egypt; History Skills; Money & Freedom; Landious Travel•“Embalming cache”, Wikipedia; “Tutankhamun before Tutankhamun”, The Past (Barbara Gai); “Tutankhamun’s Funeral”, The Metropolitan Museum of Art; Ancient Egypt Online (KV54)•Mummificazione: World History Encyclopedia; Discovering Egypt; The University of Sydney•“How Cairo’s ‘Garbage City’ became the envy of the world”, African Arguments•“In Cairo’s ‘Garbage City,’ One Coptic Community Is Telling a Sustainability Success Story”•“The coptic recyclers of Cairo’s ‘Garbage City’”, Geographical
•“Garbage Dreams” (documentario, 2009, Mai Iskander)
